Uno che faceva videogiochi

Mi sono messa alla tastiera senza pensare, la notizia del giorno ancora impressa su cuore e retina mentre mi rendo dolorosamente conto di come un altro pezzo della mia infanzia si sia sgretolato.

Per chi è nato in una generazione precedente alla nostra forse sarà incomprensibile tutto questo dolore, tutta questa tristezza, solamente perchè è scomparso “uno che faceva videogiochi”.
Già.
Perchè oggi è mancato il presidente della Nintendo, Satoru Iwata, uno che faceva videogiochi. E il mondo continuerà a girare, come ha sempre fatto, ed il 90% della popolazione mondiale non sarà minimamente intaccata da questa notizia. Mi sembra già di sentire le voci di coloro che mi rimproverano d’esser triste per una persona che nemmeno conoscevo. E mi piacerebbe tanto poter rispondere che si sbagliano, ma purtroppo – e non me ne vergogno- mi viene da piangere al solo pensiero.

Uno che faceva videogiochi.
Vorrei riuscire ad esprimere chiaramente chi fosse e cosa fosse per me, il signor Iwata. Con tutto il cuore, vorrei riuscire a sviscerare le parole più belle, più commoventi, più calzanti, per una mente geniale e brillante, che ha reso ancor più belli gli idoli della mia infanzia, che ha alimentato la mia passione da videogiocatrice. Eppure non ci riesco.
Perchè dovrei riuscire a mostrare ogni ricordo, ogni partita, ogni “Mamma ti prego, me lo compri?” implorato davanti ai giochi Nintendo. Quel “giuro che prenderò 30 ad ogni esame” pur di avere la Wii. Dovrei riuscire a dar forma al senso di meraviglia e all’entusiasmo che ho provato stringendo il controller del Game Cube, distruggendo il polistirolo della scatola della Wii, all’incredulità del poter di nuovo giocare ad “Ocarina of Time” sul DS.
Dovrei riuscire a mettere per iscritto un compendio di emozioni così grandi e così profonde da costringermi a passare i prossimi giorni a piangere disperatamente e per quanto esagerate possano apparire le mie parole, sono tristemente veritiere.

Concluderò con un grazie, perchè altro al momento non riesco a dire.
Grazie, Iwata, per aver prolungato la mia infanzia. Grazie per non aver spento la mia creatività, aver stuzzicato ancora la mia fantasia ed avermi fatto provare autentica meraviglia anche quando mi veniva chiesto d’essere seria e responsabile. Grazie per aver essere stato molto di più di “uno che faceva videogiochi”. Grazie di essere stato un videogiocatore, come noi, e di averci dato tra le più belle esperienze e ricordi che si potessero chiedere.

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Opinioni impopolari

Facebook. Croce e delizia dei giorni nostri.
Se da un lato ci dà l’opportunità di creare una vasta rete di contatti e di dare il via ad una vera e propria comunicazione globale, dall’altro permette ad una marea di imbecilli di esprimere le proprie -inutili- opinioni che, per quando dozzinali e non richieste, vengono difese a spada tratta. Si ha la libertà di parlare troppo, di dire poco e di esprimere concetti che, per la maggior parte, sono banalità e stronzate.
Finissime perle di merda, per dirla alla francese. E per quanto esistano diversi argomenti su cui poter discutere civilmente e/o scambiare opinioni, si finisce sempre sulle stesse menate, in particolare:

  • Politica
  • Complotti
  • Grassi vs Magri.

Lasciando da parte le prime due, in quanto solo il pensiero di iniziare una dissertazione sulla scena politica italiana mi procura una gastrite di proporzioni epiche, mi soffermerò sulla terza, ovvero il peso. In particolare sul rapporto fra le donne ed il proprio peso.

Piccola nota: non voglio insegnare a nessuno né come deve vivere né, tantomeno, cosa sia giusto o sbagliato. Sono la prima a farmi delle seghe mentali circa il mio aspetto fisico e non credo che esista un modello di “perfezione” cui aspirare. Come al solito uso questo piccolo spazio virtuale per esprimere dei pareri e aggiungere il mio punto di vista al calderone di opinioni che già infestano il web, that’s all. Non starò a dire che grasso è meglio di magro né tantomeno il contrario.

Di questi tempi si fa un gran parlare del peso femminile: anoressia, bulimia, depressione e stress sono spesso le parole che troneggiano su articoli/post/pubblicità progresso che vengono sparsi un po’ ovunque, vuoi per sensibilizzare al problema, vuoi per difendere la propria posizione in merito. Modelli di donne magrissime, con angoli acuti come compassi, troneggiano su riviste di moda e passerelle e spesso vengono prese come esempio sbagliato di bellezza; dall’altra parte, i movimenti femministi mettono in prima fila donne rotondette, lanciando slogan sulla bellezza interiore e sulla poca incisività del peso corporeo in un rapporto spirituale.

Spesso però non si tiene conto di cose basilari in materia di peso; una persona non viene considerata “grassa” o “magra” secondo i valori corretti, come l’ossatura, la distribuzione della massa muscolare e, appunto, il metabolismo, bensì sul semplice numero fornito dalla bilancia. Purtroppo mi capita di leggere diversi status scritti da ragazze che, nonostante il fisico ben proporzionato e l’ammirazione generale, si sentono grasse a causa di un paio di cifre che vengono prese come valore assoluto; da un lato mi spiace per loro, in quanto si valutano su una scala scorretta, finendo per farsi del male. Dall’altro mi incazzo come una bestia quando leggo di una ragazza che si sente grassa, nonostante sia alta 1.75, pesi 50 kg e le si possa guardare attraverso, specie se poi racconta di tutta la merda che ingurgita e di come questo la faccia sentire.

Viviamo in un’epoca in cui ci vengono forniti diversi strumenti per poter migliorare noi stessi, sia psicologicamente che fisicamente. Certo bisogna fare un piccolo sforzo, sia per reperire le informazioni corrette, sia per metterle in pratica, però non è del tutto impossibile; ciò che serve ma che spesso manca é la responsabilità individuale. Che é ciò che porta le persone a dire “io non posso farci nulla” e ad essere inglobare dal gregge.

Dire ad una persona sovrappeso che non é lei a sbagliare nel mangiare 3 volte al McDonald’s, portandola a puntare il dito contro i modelli sbagliati che vengono proposti ogni giorno é, a parer mio, un’emerita stronzata. Bisogna invece dirle di smettere di mangiare merda e iniziare a voler bene al proprio organismo, perché l’obesità non è una condizione salutare, come non lo é l’eccessiva magrezza: un’adolescente sovrappeso rischierà di avere poi dei problemi in età adulta, dal colesterolo alto ai problemi di deambulazione, senza contare il rischio di trombosi o problemi di cuore. Un’alimentazione sana e dell’attività fisica renderanno il suo fisico tonico ( ricordiamoci, tonico non vuol dire scheletrico) e l’aiuteranno, in futuro, a prevenire un sacco di problemi.

In questo caso, é anche il caso di delucidare il concetto di dieta: mettersi a dieta non vuol dire necessariamente dover acquisire o perdere peso, ma vuol dire riequilibrare il proprio corpo. Una dieta fatta da uno specialista serve a riportare valori sballati, come massa grassa o quantità di liquidi corporei, al giusto equilibrio, e prevede almeno 5 pasti al giorno per stimolare il metabolismo e migliorare la digestione e la regolarità intestinale.
Le diete da rivista sono la maniera migliore per finire all’ospedale, in quanto non tengono conto né della particolare condizione dell’individuo né del bilanciamento dei gruppi nutritivi; diffidate dunque da diete come la Dukan o altre merdate, che prediligono alcuni gruppi nutritivi piuttosto che altri, perché portano a degli scompensi dannosi per la salute. La cosa migliore per il vostro metabolismo é spingerlo a funzionare nella maniera corretta; cinque pasti al giorno però non vuol dire abbuffarsi di fritti, grassi o nutella, vuol dire mangiare frutta tra i pasti, alternare i vari gruppi nutrizionali e aiutare il corpo a disintossicarsi.
Con questo non voglio dire che sottoporsi ad una vita di verdura scondita e privazioni sia la chiave giusta: voglio dire che non esistono solo il fritto o il cioccolato, ma che ci sono anche il pesce, la verdura, la carne ed esistono mille modi di cucinarli. Il pesce, ad esempio, cotto al forno con aromi o al vapore, mantiene le giuste proprietà nutritive ed è anche incredibilmente buono (e ve lo dice una che ci campa di roba al vapore.)

Un’altra cosa di cui si tiene poco conto é la conformazione del proprio fisico: per una persona alta 1.80, magari con l’ossatura spessa, non è salutare pesare meno di 70 kg. Così come non é salutare, per una persona alta 1.60 e con l’ossatura sottile, pesare più di 70kg. Bisogna rispettare le proporzioni del proprio corpo, tenendo in conto tutti i suoi valori come, ad esempio, la massa muscolare: se una persona di 165cm pesa 65 kg, ma ha un fisico asciutto e tonico, non è grasso, sono muscoli. I quali hanno un loro peso.

Ci sono anche alcuni miti da sfatare: uno di questi è la pancia gonfia, problema di cui soffre pure la sottoscritta, e che spesso viene associato al peso e al grasso. Sbagliatissimo. I principali fattori che portano il ventre a gonfiarsi sono la ritenzione idrica, l’assunzione di anidride carbonica (contenuta in ogni bevanda gassata), una scorretta digestione e lo stress. A volte è pure il risultato della sindrome premestruale. Il grasso non si localizza in un solo punto ma tende a diffondersi, e se si trattasse di quello ne sarebbe interessato tutto il busto, non solo la pancia.
Un altra delle cose che assillano le donne è la cellulite: generazioni di vagine intente a strizzarsi le chiappe davanti allo specchio, osservando con aria assassina quel punto in cui la pelle mostrava qualche difetto, sono state spalleggiate da compagnie farmaceutiche che hanno decretato che, oh mio dio, la cellulite è una malattia ed é tipica delle persone grasse! Mai cazzata fu più popolare di questa. La cellulite é causata dall’aumento del volume di cellule adipose che causano il rallentamento della circolazione, in poche parole, sotto lo strato epidermico delle chiappe cellulitiche non passa abbastanza sangue. E le cellule adipose non sono legate al numero che compare sulla bilancia quando vi pesate, ma alla capacità del vostro corpo di assorbire e assimilare i lipidi (ovvero i grassi) alla giusta maniera e può essere sia sintomatica della cattiva alimentazione sia di un problema a livello circolatorio.

Passando all’altro versante, quello psicologico, il discorso è molto più complesso.

E’ davvero difficile, in un’epoca che pompa modelli promuovendoli come migliori, sentirsi bene col proprio corpo, specie quando per ferire una ragazza le si sbattono in faccia i propri problemi fisici senza la minima comprensione; quando è Christina Aguileira, con il suo bellissimo visino ed il suo pancino piatto, a dirti che non importa come tu sia, ma sei bellissimo/a e non importa cosa dicano gli altri, ci puoi credere fino ad un certo punto. E non importa quante pubblicità progresso facciano, quante volte tua madre o tuo padre ti dicano che sei bella e sana, tu non ci credi. Odi lo specchio che ti riflette un’immagine che non ti piace e che vuoi cambiare a tutti i costi.
Ed é a questo punto che, purtroppo, entrano in gioco fattori come la mancata informazione: la ragazzina che si vergogna del proprio aspetto non andrà mai spontaneamente da uno psicologo, perché al giorno d’oggi ancora si pensa che siano i malati, i matti ad aver bisogno di un supporto psicologico. E non volendo aggiungere altri problemi a quelli che già sente di avere, preferisce combattere il problema da sola, facendo violenza al proprio corpo.
L’anoressia, la bulimia e l’obesità sono i sintomi di una società incapace di accettare l’eterogeneità, fissata con i valori assoluti e con il confronto estremo, con il bisogno spasmodico di poter affermare che qualcosa è migliore di qualcos’altro. C’è un netto rifiuto per la diversità, in qualsiasi capo, che si tratti di divergenza di opinioni o, come in questo caso, di diverse strutture fisiche.

Ciò che mi fa realmente incazzare è che, a fronte di un problema decisamente complesso e variegato, spuntino fuori delle emerite teste di cazzo che propagandano le peggio idee:  dalla ragazza bella e riconosciuta universalmente come tale, che si sente in dovere di scrivere stronzate autodenigratorie su internet per accrescere il proprio ego, al bellimbusto discotecaro che va dall’estetista per uscirne glabro come un pollo da macelleria, e annaffia la propria autostima insultando gli altri.
In realtà, dal momento che la madre degli stronzi è sempre incinta, le categorie sono molteplici e non mi dilungherò nell’elencarle.

A conclusione di quanto scritto, mi ritrovo a dover tirare le somme di questo pippone: il problema vero, a parer mio, non sta nella mancata capacità di accettarsi o nella propaganda di elementi sbagliati, ma all’ignoranza di fondo, che stagna in ogni cosa. A causa di ciò, molte persone che hanno dei problemi psicologici alla base dei propri problemi alimentari,  spesso legati ad un malessere molto più profondo, trovano molto difficile chiedere aiuto, finendo per ritrovarsi chiuse in un circolo vizioso dal quale è tremendamente faticoso uscire. Perfino i familiari vengono considerati incapaci di capire e, quindi di fornire loro l’aiuto che serve.

Voler bene al proprio corpo non vuol dire accettarne i difetti che possono poi risultare un rischio per la salute, ma lavorare affinché funzioni meglio, curarlo davvero. E passare una vita nel rifiuto di sé stessi, non facendo altro che lamentarsi, non porterà ad un miglioramento.

A volte basta una volontà di ferro, il desiderio di cambiare con tutte le proprie forze, a volte serve l’aiuto di qualcuno di esterno che aiuti a comprendere il problema e fornisca gli strumenti per affrontarlo; l’importante é avere la capacità di riconoscere il problema, valutare i propri limiti e le proprie potenzialità, e impegnarsi a fondo. Non per la collettività, non per il proprio fidanzato, ma per sé stessi e per la propria salute. Perché il corpo umano è una macchina fantastica e merita di essere curato e amato.

Buio Omega – 1979

Ho deciso di vivacizzare un po’ il blog inaugurando una nuova categoria di recensioni, ovvero “FILMONI™ – Per gente che il disagio lo vive“.
Il titolo è un po’ campato in aria, ma non avevo voglia di idearne uno migliore.

Iniziamo comunque con film di un certo livello: Buio Omega é un film del 1979 diretto da Aristide Massaccesi Joe D’Amato, già noto agli spippettatori italiani in quanto regista di pornazzi trucidi e crudi ( ha girato il primo pr0n italiano, mica pizza e fichi ). Viene considerato uno degli splatter più splatter di sempre, alla faccia di Eli Roth, e con il passare degli anni è diventato uno di quei cult-movie che piace tanto agli spettatori di nicchia (compresa la sottoscritta).

Il titolo inglese, che è tutto un programma

Il film inizia con una lunga sequenza che ci mostra i personaggi che fanno cose; nella fattispecie ci presenta Francesco, il bellimbusto protagonista, un rampollo stravagante che fa l’imbalsamatore, e la sua domestica, Iris, intenta a darsi a pratiche vudù.

Nota: Francesco è quello in piedi.
Un'espressione rassicurante mi dicono.
Un’espressione rassicurante mi dicono.

Viuuuuuulenza [cit.]
Viuuuuuulenza [cit.]
La ragazza allegra e sorridente delle foto é Anna, la fidanzata *coff coff – ancora per poco – coff coff* del giovine Montezemolo-Frankenstein , del quale Iris pare perdutamente innamorata. Credo.
Per doveri di sceneggiatura, il rito vudù produce l’effetto sperato, e la poveretta ha una crisi non ben identificata che aggrava le sue già precarie condizioni di salute, costringendola alla respirazione artificiale.

Che vita di stenti.

Quando le condizioni di Anna si aggravano, il nostro Luca Cordero di Montezemolo corre trafelato in ospedale, non volendo perdersi gli ultimi istanti di vita della sua adorata. Anna, ebbra di felicità, gli promette una sveltina romantica sul lettino dell’ospedale, per poi morirgli ancor prima dei preliminari.

Mai 'na gioia.
Mai ‘na gioia.

Francesco torna quindi a casa, per chiudersi nel malessere universale e nella tristezza più profonda, dando sfogo ai sentimenti (?). In un dialogo intenso e pregno di significato, scopriamo che é orfano di madre e che questo gli ha provocato una serie di disturbi psicologici che avrebbero fatto la fortuna di Freud; ma, (s)fortunatamente per lui, non è destinato ad una vita di solitudine. La buona e solerte Iris si mostra contrita per la sua dolorosa perdita e gli promette che assieme saranno felici e che non lo lascerà mai solo.
Segue scena soft porno che ci ricorda che il regista è pur sempre Joe D’Amato.

La sincerità delle condoglianze negli occhi di Iris.
La sincerità delle condoglianze negli occhi di Iris.

Tutto ok, la regia è di Aristide Massacces- ehm, Joe D'Amato.

Tutto ok, la regia è di Aristide Massacces- ehm, Joe D'Amato.
Tutto ok, la regia è di Aristide Massacces- ehm, Joe D’Amato.

Luca Cordero di Montezemolo, impagliatore di babbuini part-time, non si rassegna alla morte dell’unica donna che abbia mai amato, pertanto decide di  unire lavoro e piacere e di lanciarsi nella chirurgia estetica post-mortem; alla veglia funebre della povera Anna si porta dietro un siringone di botox per preservarne il bel viso, sfoderando le sue incredibili doti recitative per farla in barba al becchino curioso.

Splendido splendente.
Splendido splendente.
Antisgamo.
Antisgamo.

A seguire varietà religioso con donzella chiusa nella bara: durante il funerale, molto sentito e realistico, apprendiamo che la famiglia di lei se ne andrà per sempre dalla cittadina, in quanto tutto di quel luogo riporta alla loro mente la povera figlia morta. Teodora, la sorella della defunta, invece rimarrà lì in Erasmus.

L’Amore non può aspettare: quella stessa notte Francesco torna al cimitero per dissotterrare il cadavere della sua amata, prima che i vermi ne facciano strazio e rendano così vano il suo sogno di diventare il miglior chirurgo estetico della ridente cittadina di Inculandia.

Che lavoro schifoso.
“Che lavoro schifoso.” [cit.]
La donzella è recuperata, Montezemolo sente già l’odore di marcio invadergli piacevolmente le narici, e fa per dirigersi a casa.
Ma è ancora presto per lasciarsi ghermire dall’estasi amorosa: lungo la strada troviamo un’autostoppista americana, l’elemento rompicoglioni inviato dal fato per far stringere un po’ le chiappe al povero protagonista. Inizialmente viene saggiamente ignorata, perchè si sa che caricare una potenziale scimmia urlatrice mentre stai trasportando una salma, non è la cosa migliore da fare; ma shit happens, una gomma si fora, e l’elemento scassamenghia ne approfitta e si catapulta a bordo. Destino vuole che in quel momento passi una pattuglia della polizia, ed il povero necrofilo non può nemmeno permettersi una scenata isterica come Cristo comanda.

L’americana viene così accettata sulla Love Boat, rivelando la sua natura di “pain in the ass”  per il povero Frankenstein, che a questo punto non ha molta voglia di chiaccherare; arresasi al silenzio, la figlia dei fiori si dà agli spinelli.

Boncismo is the way
Boncismo is the way
*Inserire bestemmia random*
*Inserire bestemmia random*

L’entusiasmo di Francesco per essere arrivato finalmente a casa, nonostante i tiri truffaldini del Fato, gli fa totalmente dimenticare di avere un passeggero in più sul van: finisce così per dimenticarsi della boncia dormiente, per dedicarsi totalmente all’imbalsamazione della sua dolce metà.

Al minuto 28 il film inizia finalmente a mostrare gli elementi splatter che ci ha promesso: la scena della lavorazione del cadavere, che oggi ci appare finta come una banconota da tre euro, é molto dettagliata e perversa. Organi randomici, la giusta dose di sangue per rendere il tutto credibile e un sacco di elementi zozzi che farebbero di Freud un uomo gaudente e realizzato, rendono questa sequenza decisamente forte ( ragion per cui evito di spammare immagini e mi limito alla semplice descrizione verbale ).
L’apice viene raggiunto quando il nostro Montezemolo si pappa il cuore della signorina con espressione lasciva, prima di tirarle via il cervello all’egiziana maniera.

A questo punto la camera si sposta, ricordandoci che il macellaio non è solo, ma ha un’ingombrante presenza nel van: l’Americana infatti, dopo aver dormito il migliore dei sonni, si risveglia e prende a girovagare per il garage, finendo per inciampare (letteralmente) nel delicato lavoro del suddetto.

Birdwatching.
Birdwatching.
Francesco is not amused,
Francesco is not amused,
La consapevolezza del "e mò sò cacchi tua."
La consapevolezza del “e mò sò cacchi tua.”

Seguono un inutile tentativo di fuga da parte dell’americana, una zuffa ed una sessione di manicure da parte di Frankenstein che, dopo essere stato graffiato dalla boncia urlante, decide che deve strapparle le unghie just for fun. Una alla volta, sia chiaro, altrimenti il messaggio non è particolarmente incisivo.

Oh merda secca, l'ho uccisa davvero?
Pubblicità progresso contro l’uso di droghe leggere.

Ovviamente tutto questo ambaradan non poteva non essere notato dall’altro membro della casa.
Iris spunta sulla soglia come un bocciuolo a primavera, osservando Frank-Francesco con espressione drammatica, ritta nella sua sobria vestaglietta da casa.

Oh, hai.
Oh, hai.

Ma anzichè redarguire il pargolo, circa il suo comportamento antisociale, preferisce accompagnarlo a dormire, che tanto ci penserà lei domani a pulire tutto quel casino.

L’indomani, la famiglia Vianello riceve una visita da parte di uno dei cacciatori che procura a Francesco animali da impagliare, millantando di avere un cliente ricchissimo e interessatissimo al babbuino che gli era stato portato un paio di giorni fa. In realtà si tratta di un’elaborata messinscena (ma no?) messa in atto da parte del becchino curioso che, rimasto “not impressed” dalle mirabolanti doti recitative del Montezemolo, decide di farsi un giro aggratis nel garage degli orrori, sperando di trovare qualcosa che rovini la carriera nel novello mago del bisturi.
Suspance.
L’audience sta col fiato sospeso: troverà il cadavere della boncia? Smaschererà i due malandrini?
Vi piacerebbe, ma c’è ancora quasi un’ora di film, quindi la risposta è NOPE.

Il Capitano Ed Hocken sulle tracce del misfattatore.
Il Capitano Ed Hocken sulle tracce del misfattatore.

Ma, ovviamente, non demorderà. Eh-he.

Tornando a noi, si scopre che Iris è una vera malandrina, e che ha nascosto il corpo “in un posto molto più sicuro del tuo furgone“, dando implicitamente a Francesco del pirla; il setting si sposta quindi nel bagno della residenza, dove i due attuano il losco piano di sbarazzarsi del corpo dell’autostoppista usando classici metodi di Cosa Nostra.
Acido, nella fattispecie.

Che lavoro schifoso - pt.II
Che lavoro schifoso – pt.II
Iris intanto pianifica il menù per il pranzo.
Iris intanto pianifica il menù per il pranzo.

Per quanto riguarda la scena dell’acido, vale il discorso fatto prima: dal momento che potrebbero esserci stomaci delicati fra i lettori di questo blog evito di riportare fedelmente quanto succede nell’angusto bagno, limitandomi alla descrizione dei fatti. La povera sventurata finisce fatta a pezzi e sciolta come neve al sole ma, prima di scomparire del tutto, il cranio torna in superficie come sorta di “memento mori”e fissa Montezemolo per un lungo istante.

Dunque, dopo una mattina di duro lavoro, cos’è meglio di un pranzo sano e corroborante?
Niente!

Iris ci dà lezioni di bon-ton
Iris ci dà lezioni di bon-ton

La grazia femminea che la signora Vianello mostra nel mangiare è uno dei rari momenti di bellezza di questo film.
Mentre la vediamo sbranare lo stufato con la stessa foga con cui un maiale affonda il muso nel suo pappone, Francesco risente di tanta meraviglia e, in preda ad un attacco di Sindrome di Stendhal, si fionda verso il lavandino, vomitando anche l’anima.
Iris che, ovviamente, é una stronzona fin nel profondo lo percula con aria da monella.

La sofferenza in una sola diapositiva.
La sofferenza in una sola diapositiva.

Per dimenticare l’orrendo spettacolo al quale ha appena assistito, Francesco decide di andare a vedere la sua creatura, giusto per rinfrescarsi le iridi.

Te possino.
Te possino.

Ma l’implacabile Iris non lo lascia solo nemmeno nel suo piccolo momento di necrofilia e, quasi per farsi perdonare, decide di andare a fargli due coccole al pancino per fargli passare la bua.
Segue altra scena soft porno, per ricordarci chi sia Joe D’Amato.

Ti fa male la cintura?
Ti fa male la cintura?
Momenti di rara bellezza pt.II
Momenti di rara bellezza pt.II

E partì la musica.

Per allontanarsi un po’ dall’aria malsana che galleggia nella casa, Francesco decide di fare l’unica attività sana in cui Iris non può seguirlo: il footing. Infila la tutina, si allaccia gli scarpotti e via, nella natura!

Corri, Forrest!
Suddenly, a wild booty appeared!

A quanto pare, a Inculandia la proporzione donna-uomo è 3:1, dal momento che finora ho visto quasi solo donne.
Comunque, durante la sua corsetta mattutina, il nostro eroe si trova davanti un esemplare selvatico di gnoccae forensis, tipica biondona non originaria del luogo che, disgraziatamente, durante la sua intensa attività ginnica si storce una caviglia.
Coincidenza? Qualcuno direbbe di no.
Dal momento che la giovine si è accasciata proprio davanti a lui, Francesco sfodera tutto il suo charme e la sua galanteria, proponendole di seguirlo fino alla sua magione, ove la curerà da ogni suo male per poi riportarla a casa in macchina.
Nonostante sia più credibile Rick Moranis nei panni del padre della Principessa Vespa, la biondina gli crede senza riserve, giocando il ruolo della donzella in difficoltà e aggrappandosi a lui e trascinandosi dietro il piede ferito.

https://www.youtube.com/watch?v=OMOGaugKpzs&feature=kp

I due dunque arrivano a casa e dopo una sequenza quasi romantica, in cui le cura amorevolmente la zona interessata, si arriva alla pomiciata spinta…e alla threesome.

Come sei fredda, amore.
Come sei fredda, amore.

La giovane corridorA non la prende troppo bene: alla vista del cadavere di Anna si mette a strillare come se non ci fosse un domani, dimenandosi come un’anguilla, e costringendo Franken FRANCESCO ad un gesto estremo e oh, so hardcore.
Azzannarla alla giugulare come un pitbull rabbioso.

Sconvolto e traumatizzato per quanto ha appena fatto, il giovane si chiude nell’apatia finchè non arriva qualcuno a consolarlo.

Chiamato signore?
Chiamato signore?

Iris è un po’ come l’Amiat, quando la chiami per un frigorifero da smaltire, arriva puntuale come la fame; i due portano il cadavere della poverella dabbasso, optando per una lenta cottura al forno con patate.
Nel mentre, visto che si è creata un’atmosfera così intima e accogliente, con il fuoco e le urla strazianti si una poveretta bruciata viva in sottofondo, la domestica chiede al principe di sposarla e di diventare così sua moglie (?).
Luca Cordero di Montezemolo accetta e, improvvisamente, stormi di colombe si stagliano dietro di loro.
(in realtà no, ma era per dare un tocco romantico alla cosa)

Dal momento che lo stufato a Francesco non era piaciuto, Iris prova la pollastra al forno.

Finalmente qualcuno inizia a chiedersi che cavolo di fine facciano tutte le gnocche del villaggio e, per questo, una coppia di poliziotti viene mandata a casa Vianello per effettuare una perquisizione, dove assistiamo alla peggior scena di corruzione EVER: uno dei due agenti mostra vivo interesse per i lavori di Frankenstein, e quando afferra uno scoiattolo impagliato, Iris gli propone di tenerlo, sfoderando un sorriso maliziosetto. Insomma, si fa comprare con un ratto impagliato. Bella roba.

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Quindi la futura sposa, raggiante di felicità, decide di invitare a cena l’intero cast del film “Freaks” per festeggiare il fidanzamento con il suo bel principozzo.

"Lo accettiamo, è uno di noi!"
“Lo accettiamo, è uno di noi!”

Tuttavia, Francesco non sembra essere troppo a suo agio con la sua nuova, agghiacciante, famiglia, e decide di ritirarsi nelle proprie stanze, sperando di potersi dare in santa pace ad un po’ di sana necrofilia.

La gyoya.
La gyoya.

Mentre il banchetto va facendosi allegro e sfrenato, il becchino curioso fa nuovamente la sua comparsa e, approfittando dell’euforia generale in cui sono coinvolti i padroni di casa, si intrufola per dare un’occhiata in giro.
La performance recitativa di Francesco gli è proprio rimasta sul gozzo.
Gira che ti rigira, fruga di qui, fruga di lì, il nostro Capitano Ed Hocken apre l’armadio sbagliato…quello in cui Iris, in un raptus di gelosia, ha schiaffato la salma di Anna, che per poco non lo ammazza cadendogli addosso.

Buh!
Buh!

Nonostante la mirabolante scoperta, l’uomo si limita a scattare un paio di fotografie, per poi lasciare la casa senza nemmeno una nomination.
Nel mentre, il nostro Montezemolo decide che magari è ora di levarsi dai cojones e di andare a bere per dimenticare; decide dunque di fare una capatina all’unico discopub del paese, ricordandoci così che è un ragazzo giovine e pieno d’energie e che sa davvero come godersi la vita.

Tutta la notte, coca e mignotte. [cit.]
Nel locale viene subito adescato da un’altra bionda ( macchevelodicoafare? ), anche lei ansiosa di dar via la Jolanda, che inizia giusto a pesarle un po’ mentre balla: i due si accordano, saltano in macchina e via, attraverso la notte, diretti al castello fatato per consumare la loro passione.

Ma inaspettatamente…a challenger appears!

Carramba, che sorpresa!
Carramba, che sorpresa!

Teodora, la sorella di Anna, a quanto pare ha finito il suo Erasmus e deve tornare da mamma e papà: ma prima di ciò, le è venuto in mente che forse un salutino a quello che sarebbe dovuto diventare suo cognato poteva anche farlo.
E quindi eccola qui, inaspettatamente identica alla sorella defunta, pronta per scatenare una catfight degna di questo nome.

Let the Hunger Games begin.
Let the Hunger Games begin.

La discotecara viene quindi mandata in bianco e ignorata per il resto del film.
Iris e Francesco sentono le mascelle pulsare per lo sforzo di mantenere un’espressione degna di questo nome.
Teodora, nel mentre, viene chiusa randomicamente in una stanza, dove fa la conoscenza della sua gemella cattiva.

Sono tua madreh.
Sono tua madreh.
Un panda!
Un panda!

Di qui in poi la situazione degenera.
Iris si butta addosso a Teodora con un coltello, Teodora si butta sul pavimento urlante e Francesco si infila nel mezzo, tentando non si sa bene di fare cosa; contesa, palla al centro. Segue zuffa che si conclude con la morte della domestica, la morte di Frankenstein e lo svenimento della bionda, che per 10 minuti di film viene scambiata per la salma della sorella e chiusa in una bara con conseguente infarto al momento del risveglio.

 

Come film, Buio Omega mantiene tutte le promesse del suo trailer: buona quantità di splatter, tette, trame morbose e perverse e la giusta dose di follia. Ed il fatto che il trailer sia introdotto dalla voce di Pino Locchi e la colonna sonora sia dei Goblin lo rende doppiamente godibile. Se paragonato alla produzione splatter odierna è ben poca cosa, ma all’epoca dell’uscita fu duramente contestato e censurato, e per anni è stato considerato uno degli horror più violenti prodotti da D’Amato ( che, ricordiamo, è anche il regista di Antropophagus, quindi mica cazzi ).
A chi è abituato a splatter con tutt’altro ritmo probabilmente apparirà un po’ lento in certi punti, specie all’inizio, ma per quanto mi riguarda questi 90 minuti sono scivolati via tranquillamente.

Lo consiglio per passare una serata romantica con il vostro partner, possibilmente a seguito di una ricca cena dal Burger King ❤

“… e all’improvviso tutto gli fu chiaro.”

Ne “Il mestiere di scrivere“, Raymond Carver cita questa frase, definendola come una delle più splendide e calzanti mai scritte, descrivendo poi come egli ami riportare su delle schede sei-per-dodici quelle frasi che gli sembrano perfette, calzanti, utili al proprio lavoro. Nello stesso capitolo aggiunge altri aforismi, tra cui uno di Isak Dinesen/Karen Blixen, che mi ha lasciato piacevolmente colpita e che, in questi giorni di assenza totale d’ispirazione o creatività, mi è balzata alla mente con forza incredibile.

“Scrivo un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione.”

Nonostante mi sforzi, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui il mio essere non abbia agito spinto da queste due cose: speranza e disperazione. La speranza insita nel cambiamento, la disperazione che sopraggiunge quando questi non avviene. Il mio essere è sempre in tensione verso il cambiamento, qualcosa che smuova la routine e porti ventate fresche di novità, qualcosa che mi ricordi che vale la pena essere vivi, perché solo da vivi si ha la capacità di sorprendersi.
Purtroppo questo mio atteggiamento ha avuto ripercussioni sul mio modo di scrivere, sia che parlassi di cazzate, sia che parlassi di cose serie, ed ho trascurato molti aspetti della mia vita; pensieri inascoltati, parole non dette, bisogni non sfogati. Ho chiuso il mio cuore da qualche parte, dimenticandomi di dargli ciò che chiedeva, e questo mi ha reso una persona piuttosto arida, sia creativamente che sentimentalmente. Posso sembrare sorridente e affabile ma in realtà sono molto più fredda e cattiva di quanto ci si possa aspettare da una persona così piccola; non so se siano gli occhi grandi o i sorrisoni che mi sforzo di tirare su anche quando ciò che mi trovo davanti mi fa altamente schifo.

E all’improvviso, in un momento inaspettato, mi fu tutto più chiaro.

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Non ho più interesse né nell’essere considerata una persona piacevole, interessante o attraente, né tantomeno buona. Dunque perchè continuare a struggersi con questa stronzata del cambiamento?
Le persone non cambiano mai, a meno che non si tratti di una plastica totale o di un trauma psicologico che le fa deragliare sulla strada dell’alcolismo/droga; non esistono donne che sono diventate improvvisamente sicure di sè per essersi tagliate i capelli ( e l’ho imparato a mie spese, dopo un paio di rasature quasi totale e la consapevolezza di essere la solita cretina), non esistono uomini che si accorgono di aver stronzeggiato per troppo tempo, permettendo al film di chiudersi con una scena romantica. Il vero cambiamento avviene quando si accetta la propria natura e si iniziano a fare le cose per il puro piacere di farle, non cercando di plasmarsi a seconda dell’ambiente in cui si vive ( cosa che é propria dei parassiti), quando si inizia a decidere che è ora di star bene con sè stessi e non in relazione ad altri.
Non ci sono canzoni epiche in sottofondo, non ci sono magie del parrucchiere o del make-up artist, nulla cambia. E credo che il guardarsi allo specchio e sorridere per ciò che si è valga molto di più di un cenno d’approvazione.

Anche se è bello immaginare il proprio cambiamento come la scena di un telefilm.

Hysteria

Di recente mi è capitato di riguardare “Hysteria“, film del 2011 di Tanya Wexler, e dal momento che sono una saccente rompipalle, mi sembrava doveroso riportare alcune mie opinioni circa una delle mode che sta dilagando al momento, ovvero quella del “Pic-nic Vittoriano” o del “Ballo” , eventi certamente carichi di fascino e suggestioni, ma che, a mio personalissimo parere, cercanodi caricare ed esagerare all’inverosimile i pochi aspetti romantici e positivi dell’epoca Vittoriana.
Certo, l’idea della femminilità espressa dai capelli lunghi, dalle gonne ampie, di una sensualità implicita tutta sguardi e parole maliziose é molto intrigante, specialmente in un’epoca come la nostra, in cui si torna alla classica forma di seduzione troglodita del mostrare tette e culo al fine di eccitare il muflone di turno, senza aver bisogno di dire una parola o di fingere di avere un cervello funzionante. Ma mentre la seconda è, purtroppo, una realtà oggettiva riscontrabile nella nostra quotidianità, la prima è un’idea effimera e romanzata, dovuta soprattutto a film e libri.

Se una ragazza di oggi venisse di colpo sbalzata indietro nel tempo, diciamo tra il 1850 ed il 1880, inizialmente gioirebbe nel trovarsi nel suo ambiente preferito, ma poi dovrebbe fare i conti con una lunga lista di situazioni assolutamente disagevoli:

  • Dovrebbe, innanzitutto, scordarsi la carta igienica, il bidet e le docce regolari. Anche nelle famiglie aristocratiche o alto-borghesi infatti, l’igiene era carente: una volta a settimana, ma anche meno, veniva fatto un bagno intero, il che è un po’ pochino se consideriamo che una donna in media indossava almeno 5, 6 strati di abiti ogni giorno, la maggior parte dei quali erano i vari capi di biancheria intima (camicia da notte, bustino, calze, reggicalze, talvolta mutandoni, gabbia, crinoline e via dicendo) che, anche se venivano regolarmente lavati, si impregnavano di sudore e profumi.
    Inoltre, a dispetto delle idee più “romantiche”, lo scopo della gabbia non era solo sostenere la stoffa della gonna per rendere più aggraziata e ideale la figura femminile, ma permetteva di tenere lontano da zone “intime” la parte più pregiata dell’abito. Perchè sapete, chinarsi sul water era decisamente scomodo con corsetto e balle varie, per questo spesso e volentieri i bisogni idrici venivano soddisfatti o tramite dei vasi da notte o…in piedi.
    Ah, inutile dire che vale per quelli coi soldi. L’80% della popolazione londinese a stento mangiava, figuriamoci se si preoccupava di lavarsi tutti i giorni.
  • Gioielli? No, grazie.
    In Epoca Vittoriana il corpo della donna era un tempio sacro, inviolato e inviolabile e doveva suggerire sempre l’idea della purezza. Indossare gioielli al di fuori di eventi ufficiali o balli era inappropriato, in quanto, per essere esibiti, avrebbero dovuto essere abbinati ad abiti con scollature troppo evidenti, che avrebbero messo in mostra “troppa pelle” ed avrebbero reso la donna volgare e frivola.
  • Sesso? Siamo seri.
    Non solo era diffusa l’idea per cui le donne non potessero provare piacere in altro modo se non tramite penetrazione (e, anche in quel caso, era un piacere minimo, che nasceva dalla consapevolezza di star svolgendo a dovere il proprio compito di moglie e futura madre) ma si riteneva  che la maggior parte delle emozioni femminili fossero conseguenze dell’Isteria e che, per tanto, andassero curate con sedativi, massaggi alla vulva ed al clitoride (questo, ovviamente, nel caso di donne facoltose. Le braccianti, operaie, sartine e via dicendo non avevano il tempo di essere isteriche e, se riuscivano ad essere diagnosticate come tali, venivano sbattute in manicomio senza possibilità di ritorno. )
  • Amore. Assolutamente no.
    Se una donna aveva la fortuna di sposarsi con l’uomo di cui era innamorata, poteva dirsi felice, ma nella stragrande maggioranza dei casi ci si sposava per convenienza, e la decisione non spettava alla futura sposa, ma a suo padre e/o al suo tutore legale ( nonno, zio, chiunque fosse era sempre un uomo ).
    Questo vale sempre per le ragazze di buona famiglia: le figlie di operai, prostitute, contadini ( che, ricordiamolo, erano l’80% della popolazione. ) venivano sposate dal partito col maiale più grosso, con l’attività meno in crisi o, semplicemente, da quello che si era preso la loro verginità, con o senza consenso della diretta interessata.
  • Scordiamoci cose come il diritto al voto, il trattamento alla pari, la carriera lavorativa e via dicendo. Se i punti sopra non hanno già fatto ampiamente capire quanto le donne fossero inutili dal punto di vista decisionale circa la propria persona, figuriamoci dal punto di vista giuridico; in caso di vedovanza, erano i fratelli della stessa o del defunto marito, a decidere per lei. O i figli maschi, nel caso fossero maggiorenni. Non scordiamoci che in linea ereditaria le donne comparivano dopo ogni parente maschile in vita e che non era affatto raro che una vedova, alla morte del marito, si ritrovasse costretta a sposarne il fratello (certo, dopo che fosse passato un ragionevole tempo di osservazione del lutto). E il divorzio? Mentre per un uomo era sufficiente calunniare la moglie (come avveniva nella stragrande maggioranza dei casi), accusandola di adulterio senza bisogno di prove concrete, una donna doveva provare le mancanze del marito e, quindi, avere le prove fisiche di crimini come incesto, adulterio, violenza e abbandono del tetto coniugale. Oltre a tutto questo doveva avere, ovviamente, un garante, ovviamente di sesso maschile.
    Le cose dette sopra, ovviamente, valgono sempre e solo per le donne che potevano permetterselo; spesso e volentieri, alla morte del marito, la povera popolana era costretta a lavorare come una bestia e, di conseguenza, a far lavorare i propri figli per poter mangiare.
    C’è un’eccezione: le prostitute, ovviamente, e le infermiere. Entrambe erano considerate donne di malaffare (ricordiamoci che fino al 1856 non spunta Florence Nightingale e che, anche con la sua attività, le prime infermiere formate e riconosciute a livello professionale arriveranno solo dopo il 1890 c.a.), la cui vita oramai era perduta. Era perfino diffusa un’idea, di stampo religioso naturalmente, secondo cui la professione delle donne di malaffare fosse un veicolo per scontare una probabile infedeltà coniugale o una serie di peccati immondi, non cancellabili nemmeno con l’acqua santa da esorcismo.
  • Studio. Una delle ipotesi più affascinanti di questo periodo era che le donne, pur avendo un cervello, pensassero con l’utero e che se una donna si fosse azzardata a studiare materie che non le competevano, sarebbe impazzita in quanto troppo stupida. L’unico sapere che le spettava era quello circa la gestione della casa, della servitù, doveva essere l’ospite perfetta e la madre amorosa (ma totalmente incapace di badare ai figli, in quanto questi venivano lasciati con le balie prima, le istitutrici ed i maestri privati poi). Nonchè la moglie devota, che si offriva sempre al marito e doveva essere in grado di garantirgli almeno tre figli maschi (uno per l’eredità, uno per la carriera intellettuale e/o ecclesiastica, ed uno che facesse carriera come militare ). Alle donne era permesso accostarsi a materie come storia, geografia e letteratura ma con molta moderazione; diciamo che le era giusto concesso di sapere dove si trovasse, quale fosse il suo passato e che sapesse leggere qualcosa di spessore lievemente maggiore rispetto al pamphlet scandalistico.

Al di là della singola condizione femminile (che, personalmente, trovo agghiacciante e ben poco romantica), l’Epoca Vittoriana non era esattamente il miglior periodo storico in cui vivere: tolti i borghesi arricchiti e gli aristocratici, che potevano permettersi il lusso di non lavorare e di poter vivere secondo standard umani, il resto della popolazione aveva a che fare con una realtà crudele e inumana. Al culmine della Rivoluzione Industriale, troviamo bambini di età variabile dai tre/quattro agli undici anni, spesso orfani o venduti dalla propria famiglia, incapace di mantenerli, che si arrampicavano dentro i camini e le canne fumarie per morirci dentro spesso e volentieri. Troviamo operai, donne e uomini e, anche qui, bambini, lavorare dalle dieci alle quattordici ore al giorno per dei salari miseri, senza la minima idea di ferie, riposo o assicurazione sanitaria; prostitute costrette a controlli medici periodici e ospedalizzate a forza se trovate positive ai test, per limitare il contagio tra gli ufficiali (ricordiamo che le puttane erano malviste, ma gli uomini che ci andavano erano perfettamente giustificati in quanto affermavano la propria virilità) e arrestate e sbattute in carcere se si opponevano (non sempre finire in ospedale voleva dire essere curati. Forse per chi aveva i soldi. Ma tra il 1830 ed il 1890, i germi e la scarsa igiene erano di casa perfino in cliniche e sanatori, e la penicillina sarebbe arrivata solo nel 1929, ed impiegata per curare le infezioni solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’alcol veniva usato principalmente per i profumi, non c’erano nè la cultura della disinfezione nè i soldi o l’interesse di dotare ospedali pubblici di materiale di qualità).

Epoca Vittoriana. Bah.

La moda costringeva le donne a vedere il proprio corpo insultato e deformato, a trattare la gravidanza ed il parto come argomenti disgustosi e indegni d’attenzione e, per questo, la scarsa disinformazione portava ad aborti, feti mostruosi o morti di parto ( ricordiamoci che le donne indossavano corsetti e bevevano alcolici anche in gravidanza, così come erano costrette a star vicino a mariti fumatori, o erano costrette a lavorare in ambienti malsani in quanto non esistevano i ‘permessi per gravidanza’ ). Le donne non si occupavano personalmente di istruire i propri figli e più  il rango si alzava, meno potevano passare del tempo con loro, lasciati a terze persone; non potevano esprimere un’opinione, affermarsi individualmente e/o culturalmente, ereditare o possedere alcunchè.

Non esistevano nè medici del lavoro, nè sindacati, nè diritti: se non avevi un titolo nobiliare non valevi un cazzo. Se non avevi disponibilità economica, non valevi un cazzo. Se eri una donna, potevi essere una duchessa o una poveraccia, ricca quanto Creso, bella come la Madonna, ma non valevi un cazzo a prescindere, a meno che tuo padre, tuo fratello o tuo marito la pensassero diversamente e ti permettessero di affermarti un poco in più rispetto alla media.

La medicina era a dei livelli comici: dopo dei timidissimi progressi avvenuti nel 1700, siamo ancora senza antibiotici, senza la minima idea di come arginare le infezioni se non per amputazione e, soprattutto, ancora maledettamente convinti che non ci si possa lavare in quanto il corpo nudo non va mostrato. Nemmeno alle fottute piastrelle del bagno borghese di casa vostra ( e ricordiamoci che, se sei ricco, non sei mai solo. In media, in una famiglia benestante, ci sono almeno tre cameriere per ogni donna, tre donnine che vi seguono, vi lavano, vi pettinano e vi ricordano che per tutta la vostra -inutile- vita non sarete altro che un utero fertile che non si merita nemmeno un po’ di privacy quando va a pisciare.)

Certo, mi si potrà rinfacciare che Gladstone, tra le varie riforme, aveva reso la scuola elementare obbligatoria e che il grado di alfabetizzazione era salito, tra il 1870 ed il 1890, e che gran parte della popolazione sapeva almeno leggere e scrivere.
Okay.
I bambini, come già detto, iniziavano a lavorare da piccolissimi: dapprima impiegati per strisciare dentro ingranaggi, camini, tubi e cunicoli, finivano poi per lavorare la stessa quantità di ore di un adulto (parliamo di 12 ore iniziali, prima di un abbassamento dell’orario lavorativo a 10 h/gg. Generoso direi) e svolgevano più o meno le stesse mansioni. Ci sono testimonianze di ragazzine di dodici anni che trainano con il proprio corpo dai 30 ai 60kg di carbone su e giù per più di dieci volte al giorno, in quanto erano le uniche che riuscivano ancora a passare negli spazi angusti delle miniere nonostante “l’età avanzata”. E non erano agghindate a festa, non ballavano, non si spazzolavano languidamente i capelli nè si rimiravano nello specchio con aria trasognata: erano malnutrite, maltrattate e spesso morivano prima dei quindici anni.
Però andavano a scuola la domenica e sapevano scrivere il loro nome.
E sticazzi, aggiungo io, cosa si poteva volere di più?

Purtroppo, quando si organizzano questi eventi che, per carità, sono bellissimi e scenografici, a mio avviso non lo si fa con la volontà di ricordare la reale condizione vissuta in quegli anni, non si vuole ricordare il degrado, l’umiliazione ed i passi avanti che si sono fatti da allora. Si preferisce vivere nella struggente menzogna di una donna più valorizzata, di un’epoca più romantica e più attenta ai valori morali, quando in realtà non è nulla di tutto questo.
Alla suffragetta che si batte per il diritto al voto, all’istruzione, alla libertà, si preferisce la pigra, molle figura dell’ameba aristocratica, avvolta nei suoi vestiti gonfi e lussuosi, col vuoto cosmico nel cervello, propaganda di valori sbagliati a mio parere. Che è la bellezza a dover vincere sulla cultura e sul buonsenso, il conformismo a vincere sull’individualità e sulla creatività dell’essere umano, messaggi che, alla fine, sono gli stessi che vengono propagandati oggi e dalla quale ci si vorrebbe distanziare.

Io mi dichiaro Suffragetta a vita.

Femmine, a noi!